Sostenibilmente in - 3 Aprile 2025

Vento in poppa, ma senza CO₂

Il mare sostiene l’economia globale, ma ne subisce anche il peso. È il momento di cambiare rotta.

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«Il mare è una superficie orizzontale che ci obbliga a guardare in profondità.»

- Marguerite Yourcenar
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È sera, la giornata di lavoro è finita e decido di passare a trovare mio papà. Lo trovo alla scrivania del suo studio, come spesso accade, immerso in uno dei suoi mondi. Ne ha tanti: la fotografia, il tiro a segno, le moto e i motori, l’ornitologia... e il mare, naturalmente, con quella sua piccola barca che ha reso ogni uscita un’occasione per scoprire qualcosa di nuovo.

Sul tavolo c’è una vecchia carta nautica, aperta e segnata a matita: tracce di rotte percorse, approdi conosciuti, ma anche qualche deviazione imprevista – le sue “scoperte”, come le chiama lui. Quando mi racconta delle sue avventure, papà, lo fa con quella passione calma che ti resta addosso. Ascoltarlo mi fa bene: mi ricorda che anche il mio lavoro, fatto di dati e strategie, nasce da un desiderio semplice ma potente – quello di prendersi cura. Di non limitarsi a navigare, ma a capire dove stiamo andando, e con quale impatto.

Perché quel blu che ci affascina e ci porta lontano è anche un sistema fragile, sotto pressione, che chiede ascolto e cambiamento. Il settore marittimo è il cuore pulsante dei commerci globali, ma anche uno dei fronti più complessi della transizione ecologica. E proprio lì, tra le rotte tracciate e quelle ancora da immaginare, si gioca una parte fondamentale del nostro futuro.

Oggi oltre l’80% del commercio globale viaggia per mare. Un'infrastruttura mastodontica, efficiente e (almeno in apparenza) silenziosa. Eppure, il trasporto marittimo è responsabile di circa il 3% delle emissioni globali di gas serra – più dell’intera Germania – e rischia di arrivare fino al 10-17% entro il 2050 se non si interviene. Non solo CO₂: le navi emettono anche ossidi di zolfo, particolato e causano rumore sottomarino. Si stima che gli inquinanti tossici delle navi siano responsabili ogni anno di circa 250.000 morti premature e oltre 6 milioni di casi di asma infantile.

“Ogni rotta può essere ridisegnata, se abbiamo il coraggio di cambiare direzione.”

Ma perché è così difficile decarbonizzare il settore?

Il problema è strutturale: se pur non sia difficile elettrificare la propulsione è lo stoccaggio dell’energia a preoccupare (i viaggi durano settimane, le batterie attuali sono troppo voluminose), per questo si usano carburanti molto inquinanti ed operando in acque internazionali, le regole e i controlli sono più deboli. Nel frattempo, la domanda cresce: tra il 2013 e il 2018, le emissioni del settore sono aumentate del 10%, e l’IRENA - Agenzia internazionale per le energie rinnovabili - prevede un aumento del traffico marittimo fino al 115% entro il 2050.

A questa pressione globale si aggiungono vulnerabilità locali. Il Mar Mediterraneo, ad esempio, è uno dei mari più trafficati al mondo, ma anche uno dei più fragili. Semi-chiuso, con una biodiversità unica, è oggi minacciato da un nemico invisibile ma devastante: l’inquinamento da petrolio

Ogni anno, secondo ISPRA, si verificano sversamenti per circa 600mila tonnellate di idrocarburi.
Dalla Haven al largo di Genova nel 1991 (144.000 tonnellate) fino agli scarichi illegali ancora troppo diffusi, questo mare continua a pagare un prezzo altissimo, spesso ignorato, come se la sua fragilità fosse meno urgente, meno degna di attenzione. Fortunatamente, il telerilevamento tramite satelliti e radar consente oggi un monitoraggio più tempestivo e preciso, aiutando a pianificare interventi mirati per contenere i danni.

“Il Mediterraneo è un tesoro condiviso: proteggerlo è un viaggio che possiamo intraprendere insieme.”

Eppure, soluzioni ci sono. Alcune, sorprendenti per semplicità: basta rallentare. Lo slow steaming – navigare più lentamente – può ridurre il consumo di carburante del 35-60%. Altre, sono tecnologicamente affascinanti: vele moderne e turbine Flettner (che sfruttano l’effetto Magnus), sistemi di lubrificazione ad aria, elettrificazione dei porti per evitare emissioni a nave ferma (cold ironing). Anche i sistemi digitali per coordinare arrivi e partenze stanno emergendo per ridurre le attese in rada e lo spreco di energia.

Un cambio di rotta, però, ha bisogno di una bussola: la regolamentazione. La novità più rilevante è l’inclusione del settore marittimo nel sistema europeo ETS (scambio di quote di emissione) dal 2024. Inoltre, l’IMO – Organizzazione Marittima Internazionale – ha finalmente aggiornato la propria strategia climatica: zero emissioni nette entro il 2050, con obiettivi intermedi al 2030 (-20%) e al 2040 (-70%). Ma mancano ancora dettagli su come raggiungere questi traguardi.

Un esempio emblematico è il settore delle crociere. I giganti del turismo marino sono 4 volte più inquinanti di un volo aereo (CO2 per passeggero).

Tuttavia, qualcosa si muove: entro il 2027, 26 nuove navi da crociera CLIA - Cruise Lines International Association - saranno alimentate a GNL, 174 saranno dotate di alimentazione elettrica da terra, e l’81% della flotta disporrà di sistemi avanzati per il trattamento delle acque reflue. Non è ancora abbastanza, ma è un inizio.

Nel frattempo, l’Italia si conferma tra le mete più amate dai crocieristi: nel 2023 ha toccato un record storico, con 12,9 milioni di passeggeri movimentati. Ma a fronte di questi numeri, c’è un’altra classifica meno onorevole: nel 2022 l’Italia è risultata il paese europeo più inquinato dalle navi da crociera, seguita da Spagna e Grecia. Nonostante ciò, ci sono segnali incoraggianti. È il caso di Venezia, che nel 2019 era il porto più inquinato d’Europa e che oggi è scesa al 41° posto, grazie al divieto – in vigore dal 1° agosto 2021 – di transito delle grandi navi davanti a San Marco. Una mobilitazione collettiva, supportata dalla pressione dell’UNESCO, ha trasformato un problema in una decisione concreta: la dimostrazione che cambiare rotta è possibile.

“Ogni innovazione in mare porta benefici a terra. Sostenere la transizione è una scelta che ci riguarda tutti.”

Certo, la sostenibilità in mare aperto non si conquista con una sola manovra. Servono innovazioni tecniche, ma anche scelte politiche coraggiose. Ne è un esempio la proposta, sostenuta da molti Paesi – tra cui Danimarca, Grecia, Norvegia, Cipro, Spagna, Nuova Zelanda, Kenya e le Isole Marshall – di introdurre una tassa globale sulle emissioni delle navi.

L’obiettivo? Creare un fondo internazionale capace di generare fino a 100 miliardi di dollari l’anno per finanziare carburanti a basse emissioni e tecnologie pulite. Con il recente sì da parte di Panama e Liberia, gli stati a favore sono passati al 66% della flotta mondiale e la flat tax per lo shipping si avvicina.

Non si tratta più solo di intenzioni, ma di primi passi verso una nuova governance del mare.

Sai che ti dico? Che mentre osservo la vecchia carta nautica, mi chiedo se i navigatori del futuro useranno ancora le stesse rotte – o se, finalmente, le avranno riscritte. Con coraggio e con rispetto per il mare.

“Mare, mare

Non ti posso guardare così perché

Questo vento agita anche me”

Loredana Bertè



Chiara Pontoni

Sustainability Manager Gesteco